Try! Just a little bit harder.

La prima volta che mangiai una torta riso e cioccolato veg era il 1964. Ai tempi frequentavo l’università di Austin, nel Texas e vivevo con la mia compagna in un edificio occupato di Nueces Street. Studiavamo poco,guadagnavamo poco dai lavori saltuari. Spesso saltavamo i pasti.
Ma quella volta era il mio compleanno. Janis si procurò un po’ di okara di latte di riso, che l’amica Daisy aveva avanzato. Recuperati gli altri ingredienti, decise di prepararmi questa torta vegana quale regalo di compleanno.
Non aveva un brutto aspetto, solo pareva un po’ bruciacchiata di sotto, almeno all’apparenza.
Fu lei ad assaggiare il primo pezzo, voleva assicurarsi fosse buona, fosse come l’aveva immaginata. Era davanti a me. Io, bramoso di mangiare il suo regalo di compleanno, la fissavo in attesa.
Quel morso, per lei, fu come una rivelazione. Gli occhi si sbarrarono, le pupille si dilatarono, guardò il soffitto, guardò oltre, sembrava poter vedere il cielo. Corse alla piccola pianola che avevamo trovato per strada qualche settimana prima e sulla quale accompagnava la sua splendida voce. Cominciò a suonare e a tirare delle urla allucinanti.
“Come stai? Qualcosa non va?” chiesi io con il mio inglese stentato, preoccupato che la torta le avesse dato dolori lancinanti allo stomaco. Ma non erano urla di dolore. Era il suo modo di cantare.
“E allora, che faccio con la torta?”
“Prova!” urlò lei cantando e senza smettere di suonare.
“Prova! Prova!”
Misi in bocca una fetta di torta. Effettivamente era un po’ bruciacchiata di sotto e pertanto un po’ indurita.
La mia titubanza emerse in un timido morso, che non riuscì a scalfire la crosta alla base del dolce.
“Solo un po’ più forte”, mi suggerì Janis, sempre cantando e accompagnandosi con le note musicali.
Seguii il suo consiglio, morsi un po’ più forte. La torta era deliziosa. Altro che bruciacchiata o indurita.
Quella torta vegana non la dimenticherò mai. Fu il più bel regalo di compleanno della mia vita.
Qualche mese dopo, purtroppo, le strade si separarono e persi i contatti con Janis.
La rividi qualche anno più tardi sul palco di Woodstock. Era diventata una cantante e anche abbastanza famosa, a quanto mi parse.
Ma le parole che mi disse in quella sera del mio compleanno nel 1964, tornarono anche quando la vidi su quel palco, davanti a centinaia di migliaia di figli dei fiori.
“Prova!” “Solo un po’ più forte”.
Cara Janis, grazie a questa canzone mai dimenticherò la tua torta vegana di cioccolato e okara di latte di riso.

 

L’assaggiatore André Flo dice la sua…

Premetto che il sottoscritto è un grande amante delle lenticchie. No, così, giusto per fare una piccola premessa.

Ora parliamo di questi deliziosi appallottolii del mio legume preferito.

Mi accingo ad assaggiare il prodotto, lo guardo con reverenziale indifferenza, come si guarda una bottiglia di vino scaccio sullo scaffale del supermercato o come puoi notare una ragazza che ti potrebbe piacere, seduta sui gradini di un autogrill dove è appena avvenuto un furto.

Mi decido con il primo morso, afferro l’agglomerato lenticchico con entrambe le mani, come fanno con longeva esperienza i roditori e con solenne solerzia stacco il primo pass per il paradiso.

A proposito, vorrei ricordare che sono un grande amante delle lenticchie. No, lo ripeto giusto per precisare che io sono uno che mantiene le premesse.

Il primo morso è già decisivo. Questo capolavoro culinario vagabonda tra le mie papille gustative con la leggiadria di un albume appena caduto in una padella oliata a puntino. Il primo morso è come quel vino, che assaggi in stile sommelier, cercando di capire se è frizzante, amabile, fermo oppure rosso. È come il primo bacio che dai a quella ragazza che forse ti piace, che è più un bacio di ricognizione che altro.

Mi guardo intorno con fare guardingo. L’anima del roditore si è già impossessata della mia indole da assaggiatore precario. Nessuno mi sta guardando, meglio. Proseguo con la degustazione.

Il secondo morso è una goduria. Il segreto gustoso della polpetta si rivela in tutta la sua eleganza, con un gusto che se fosse uno sport sarebbe il curling: lento e assopente. Il secondo morso ti fa capire che il vino è dolce al punto giusto, come lo volevi tu. E la ragazza che stai baciando è una fan di Bob Dylan. Cosa che ti spinge a chiederle se ha già scelto gli anelli e i testimoni.

Con il terzo morso sei fregato. Potresti finire le polpette nel tempo di dire: “Ehi, voi! Qualcuno ne vuole assaggiar…” e via che le hai trangugiate tutte. Oramai hai capito che con quel vino prenderai una sbronza d’altri tempi e con quella ragazza sei pronto a fare il giro dell’Europa in bicicletta.

Attenzione: non è vero che una polpetta di lenticchie è per sempre. Ma è assolutamente vero che il sempre è una polpetta di lenticchie.

Così, quando ai vari confini incontrerai i simpatici doganieri che ti chiederanno il passaporto in idiomi sconosciuti e quando le ridenti forze dell’ordine europee ti chiederanno che cavolo stai facendo in bicicletta su statali trafficate e coperte di neve, non esitare: dai loro una polpetta di lenticchie. Se ti va male, ti becchi due anni e va beh. Ma qualora ti andasse bene, avresti anticipato di un nonnulla le ambizioni di Mignolo col Prof e, sì, avresti appena conquistato il mondo.

di Assaggiatore André Flo