Insalata con alghe wakame

20140111133110100

L’alga wakame è originaria dei mari giapponesi. In Giappone, la wakame è la terza alga in ordine di popolarità, dopo la nori e la kombu.

Dal punto di vista nutritivo la wakame è ricca di calcio e di grandi quantità di vitamine del gruppo B e di vitamina C, nonché di magnesio e ferro. Alla wakame vengono attribuite proprietà curative benefiche per i capelli, per le unghie e per la pelle. Essa favorisce l’eliminazione dei grassi, ed è ottima per problemi di pressione alta, per i problemi cardiaci, è disintossicante per il fegato, e aiuta l’organismo a depurarsi dalle scorie radioattive e dai metalli pesanti. Gli alginati, fibre colloidali di cui è ricca, proteggono e leniscono le mucose gastriche e possono trovare impiego nei problemi di acidità gastrica e reflusso gastroesofageo.

Ho iniziato da pochi giorni ad usare quest’alga, comunque la consiglio. io l’ho provata per la prima volta nell’insalata. Il gusto ricorda vagamente gli spinaci.

Le mie alghe erano secche, le ho messe in ammollo in acqua tiepida circa un’ora prima di pranzo.

Poi ho mescolato insalate varie (radicchio, valeriana, insalata gentile…), una mela a pezzetti, funghi e l’alga tagliata a striscie.

20140111132322620

Try! Just a little bit harder.

La prima volta che mangiai una torta riso e cioccolato veg era il 1964. Ai tempi frequentavo l’università di Austin, nel Texas e vivevo con la mia compagna in un edificio occupato di Nueces Street. Studiavamo poco,guadagnavamo poco dai lavori saltuari. Spesso saltavamo i pasti.
Ma quella volta era il mio compleanno. Janis si procurò un po’ di okara di latte di riso, che l’amica Daisy aveva avanzato. Recuperati gli altri ingredienti, decise di prepararmi questa torta vegana quale regalo di compleanno.
Non aveva un brutto aspetto, solo pareva un po’ bruciacchiata di sotto, almeno all’apparenza.
Fu lei ad assaggiare il primo pezzo, voleva assicurarsi fosse buona, fosse come l’aveva immaginata. Era davanti a me. Io, bramoso di mangiare il suo regalo di compleanno, la fissavo in attesa.
Quel morso, per lei, fu come una rivelazione. Gli occhi si sbarrarono, le pupille si dilatarono, guardò il soffitto, guardò oltre, sembrava poter vedere il cielo. Corse alla piccola pianola che avevamo trovato per strada qualche settimana prima e sulla quale accompagnava la sua splendida voce. Cominciò a suonare e a tirare delle urla allucinanti.
“Come stai? Qualcosa non va?” chiesi io con il mio inglese stentato, preoccupato che la torta le avesse dato dolori lancinanti allo stomaco. Ma non erano urla di dolore. Era il suo modo di cantare.
“E allora, che faccio con la torta?”
“Prova!” urlò lei cantando e senza smettere di suonare.
“Prova! Prova!”
Misi in bocca una fetta di torta. Effettivamente era un po’ bruciacchiata di sotto e pertanto un po’ indurita.
La mia titubanza emerse in un timido morso, che non riuscì a scalfire la crosta alla base del dolce.
“Solo un po’ più forte”, mi suggerì Janis, sempre cantando e accompagnandosi con le note musicali.
Seguii il suo consiglio, morsi un po’ più forte. La torta era deliziosa. Altro che bruciacchiata o indurita.
Quella torta vegana non la dimenticherò mai. Fu il più bel regalo di compleanno della mia vita.
Qualche mese dopo, purtroppo, le strade si separarono e persi i contatti con Janis.
La rividi qualche anno più tardi sul palco di Woodstock. Era diventata una cantante e anche abbastanza famosa, a quanto mi parse.
Ma le parole che mi disse in quella sera del mio compleanno nel 1964, tornarono anche quando la vidi su quel palco, davanti a centinaia di migliaia di figli dei fiori.
“Prova!” “Solo un po’ più forte”.
Cara Janis, grazie a questa canzone mai dimenticherò la tua torta vegana di cioccolato e okara di latte di riso.

 

Ricordi di peperoni e ovi

Da piccolo cantavo sempre questa canzone: “I peperoni-oni-oni/ son freschi e boni-oni-oni/ ma se ci metti gli ovi-ovi-ovi/ sono ancora più boni-oni-oni”. Ebbene, i miei desideri canori di bimbo, sono rinati nelle mie papille gustative dopo aver assaggiato questo piatto.

L’incontro tra Peperoni e Uova. L’incontro definitivo. Con gli spaghetti che sono uno spago che li lega come fossero una valigia, i due ingredienti si guardano, si scrutano, si respingono e poi si abbandonano in un bacio con risvolti a luci rosse, che neanche Freud avrebbe potuto immaginare.

Il tutto, chiaramente intorno ai tuoi canini che si sciolgono davanti alla (s)cena.

I peperoni si presentano come risolutori di un conflitto, caschi blu senza casco e manganelli senza manganello. Sono la teglia brillante che qualcun altro ha pulito dopo che tu l’hai incrostata come se non fosse tua. Sono l’amica che ti chiede di saltare la scuola il giorno dell’interrogazione.Sono la risposta reale a quando ti fanno una domanda scomoda e ti tocca dire la prima cosa che ti viene in mente.

L’uovo invece è la proprietà commutativa che rende docili addizione e moltiplicazione. La brillantina sui capelli di John Travolta in Grease. La tegola che cade dal vecchio tetto e fa perdere la memoria al padrone di casa mentre sta venendo a chiederti l’affitto (o forse a restituirti i 50 euro che li hai prestato?). L’uovo è il concerto punk interrotto dalla polizia.

Sono tornato bambino, mangiando questo delizioso piatto. Cioè, il delizioso contenuto del piatto. Mi troverete per strada a cantare che i peperoni son freschi e boni, oppure in cucina a scrostare la teglia schifosamente appiccicaticcia di B(r)occoli Maldestri, che nel frattempo dorme beata pensando alla sua prossima ricetta vege.

Perché come l’edicolante o il mungitore di rinoceronti, è un lavoro sporco ma qualcuno dovrà pur farlo.

Assaggiatore André Flo